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lunedì 2 marzo 2009

Il centro di comando delle piante? Le radici

Scoperto negli apici delle radici, il «centro di comando delle piante». La sua identificazione si deve a un gruppo di ricercatori dell'Università di Firenze, dei dipartimenti di Ortoflorofrutticoltura e di Fisica. La ricerca sarà pubblicata online sulla rivista internazionale Pnas (Proceedings of the National Academy of Science).
Il lavoro dimostra l'esistenza diffusa all'interno dell'apice delle radici di cellule capaci di emettere e recepire segnali elettrici, in modo simile ai neuroni per gli animali. Ma dei neuroni queste cellule vegetali hanno anche un'altra proprietà, la sincronizzazione, cioè la capacità di emettere più segnali contemporaneamente. Questa caratteristica è stata osservata utilizzando per la prima volta sulle piante la tecnologia dei MEA (multi electrode arrays), tipica della neurobiologia, che consiste nell'applicare micro-elettrodi sulle radici per misurare i segnali elettrici. Gli scienziati toscani hanno scoperto che questi segnali elettrici vengono trasmessi da una cellula all'altra con un sistema, la conduzione neuroide, tipico degli animali che non hanno nervi, come alcuni invertebrati.
Gli autori dello studio «Spazio-temporal dynamics of the electrical network activity in the root apex» lavorano tutti dell'Ateneo fiorentino, tranne uno, che è dell'Università di Bonn ma fa parte del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, anch'esso situato presso il Polo Scientifico di Sesto Fiorentino, come gli altri due dipartimenti scientifici.

venerdì 27 febbraio 2009

NASA: Fallisce il lancio del satellite

La Nasa non è riuscita a lanciare il suo primo satellite destinato a compiere il censimento dell'anidride carbonica nell'atmosfera. Per l'ente spaziale non si tratta di un semplice fallimento e potrebbe generare guai inaspettati. Prima di tutto perché il veicolo cosmico aveva un obiettivo da raggiungere che si fa sempre più urgente. Ogni anno trenta miliardi di tonnellate di CO2 derivate da combustibili fossili si scaricano nell'aria. Metà rimangono a galleggiare, l'altra metà sparisce e non si sa bene dove vada.
Il satellite Orbiting Carbon Observatory «OCO» lanciato martedì, con i suoi tre spettrometri doveva scandagliare la coltre atmosferica riuscendo persino a calcolare quanta CO2 emette una centrale elettrica o quanta ne aleggia sopra un'autostrada. In tal modo avrebbe permesso ai climatologi di disporre di dati più attendibili per migliorare i modelli teorici con i quali spiegano il riscaldamento globale. Tutte le discussioni, infatti, oggi ruotano attorno alla debolezza di questi modelli inadeguati per decifrare la situazione e soprattutto la tendenza futura. Invece bisognerà aspettare ancora e ciò non farà certo piacere alla nuova amministrazione Obama che guarda alla risoluzione dei problemi ambientali con urgenza. Il satellite «OCO» non è riuscito ad arrivare nello spazio e si è con tutta probabilità inabissato davanti alle coste dell'Antartide per un guasto apparentemente banale che di solito si verificava ai primi tempi dell'era spaziale. Le due conchiglie che formano l'ogiva del razzo «Taurus XL» proteggendo il satellite nell'attraversamento degli strati più densi dell'atmosfera non si sono aperte. Quando l'ultimo stadio del razzo, il quarto e tutti a propellenti solidi, si è acceso s'è trovato un peso maggiore del previsto e ciò gli ha impedito di portare il suo prezioso carico di 500 chilogrammi sull'orbita stabilita alta 704 chilometri passante sopra i poli. La missione è costata 273 milioni di dollari. «OCO» doveva svolgere la sua attività per almeno un paio d'anni, invece dopo 17 minuti è finito nell'oceano. La beffa ulteriore sta nel fatto che questa versione del razzo era la prima ad essere certificata dalla Nasa per la «sicurezza del funzionamento». Il Taurus era nato nella prima metà degli anni '90 dopo che il Pentagono aveva espresso l'esigenza di avere alcuni piccoli lanciatori. L'invito, grazie ai finanziamenti della Darpa, l'agenzia di ricerca della Difesa, aveva portato la Orbital Science a costruire il razzo Pegasus con le ali lanciabile da un aeroplano e la Lockheed Martin il razzo Athena. La Orbital, poi, dal Pegasus derivava il Taurus più potente in quattro versioni di diversa capacità che partiva dalla base militare di Vandenberg in California. I primi lanci iniziavano nel 1994 e finora, in sette missioni compiute, c'era stato un solo fallimento nel 2001. Adesso si è aggiunto il secondo con un effetto negativo che la Nasa avrebbe voluto evitare, se non altro per un danno all'immagine (e alla scienza) che non sfugge a nessuno.

martedì 24 febbraio 2009

La più grande catastrofe del cosmo

Una catastrofe cosmica gigantesca, la più grande e violenta che mai strumenti umani siano riusciti a fotografare fino ad oggi. E la prova dell’accaduto è un potente raggio gamma che l’ "occhio” italiano del satellite “Fermi” della Nasa è riuscito a cogliere e fotografare. I dettagli sono raccontati sulla rivista americana Science ed è la cronaca di un fatto accaduto 12 miliardi di anni fa, ma che il satellite ha visto soltanto ora perché il raggio tanto ha impiegato a percorrere lo spazio che ci separa dal luogo d’origine; una galassia distante 12 miliardi di anni luce. Il lampo battezzato “GRB 080916C” era stato raccolto il 16 settembre scorso «e nel giro di due settimane la scoperta era chiara e definita – nota Patrizia Caraveo responsabile dell’esperimento per l’Inaf, l’Istituto italiano di astrofisica – ma per arrivare alla sua pubblicazione sono stati necessari tutti questi mesi perché sono oltre duecento gli astrofisici coinvolti nell’operazione: numerosi erano i particolari su cui essere d’accordo». La cronaca della catastrofe è raccontata soprattutto dal lampo di radiazione gamma . «Per un paio di minuti, il lampo è stato più luminoso non solo di qualsiasi altra sorgente, ma anche dello stesso universo nella banda dei raggi gamma – precisa Ronaldo Bellazzini, altro responsabile dell’esperimento per l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare – E nasceva da un getto di materia altamente ionizzato che si è propagato nel cosmo a una velocità prossima a quella della luce, paragonabile a quanto si otterrà nel nuovo acceleratore Lhc di Ginevra». La catastrofe è stata registrata da due strumenti: il GMB, Gamma Ray Burst Monitor americano, ha raccolto prima i fotoni di radiazione X; poi il LAT, Large Area Telescope italiano, i fotoni di radiazione gamma. «Ma fra i due – precisa Caraveo – c’è stato un ritardo di cinque secondi, un tempo significativo per descrivere i processi riguardanti la morte di una stella».
DISTRUTTO UN ASTRO GRANDE CINQUE VOLTE IL SOLE - Il fiume delle radiazioni è scaturito infatti dalla distruzione di un astro la cui massa calcolata era di cinque volte superiore a quella del Sole. Proprio dal violento collasso è zampillata l’energia mentre la stella si trasformava in un buco nero. Ora gli astrofisici dovranno decifrare nei dettagli il significato dei fatidici cinque secondi e quando ci saranno riusciti avranno conquistato un altro tassello nella storia della vita di un astro. Importante in questi casi è intervenire tempestivamente anche con i telescopi a terra per cogliere nella radiazione luminosa ulteriori elementi importanti. «A tal fine sono attive squadre di ricercatori internazionali, 24 ore su 24, per puntare i loro strumenti”, aggiunge Paolo Giommi, responsabile del Science Data Center dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, che ha coordinato la partecipazione al progetto del satellite Fermi della Nasa mentre lo strumento LAT è nato dal coinvolgimento dell’Infn (nei cui laboratori pisani è stato progettato e assemblato) e dell’Inaf. I lampi gamma erano stai scoperti per caso dai satelliti militari americani Vela nella seconda metà degli anni Sessanta mandati in orbita per controllare le eventuali esplosioni atomiche dei sovietici. Tenuti nascosti sino al 1973, da allora è iniziata la corsa a spiegarne l’origine. Il problema non era da poco perché questi Gamma Ray Burst sono i fenomeni più violenti che il cielo offra: nel giro di pochi secondi liberano tanta energia quanta il Sole nell’arco della sua intera vita. Soltanto alla metà degli anni Novanta il satellite italiano BeppoSax dell’Asi, fornisce il primo indizio importante per arrivare alla spiegazione del fenomeno. E le ricerche continuano in una partita USA-Italia che propone grandi sorprese.

Da Corriere.it

Gmail: Server Error

Il servizio di posta elettronica Gmail ha ripreso a funzionare intorno alle 13 e 30 ora italiana del 24 febbraio. Un black out di circa 3 ore ha paralizzato il sito che serve 30 milioni di utenti in tutto il mondo (+43% solo nel 2008). Il problema si era verificato attorno all'1.30 del mattino tempo del pacifico (le 10,30 in Italia). «Siamo a conoscenza del problema e ci stiamo lavorando», così Google, alle 11:46 italiane, aveva ammesso il problema sul sito di Gmail. 

Proteste e lamentele sono apparse su Twitter e altrove su Internet. Alcuni siti ipotizzano che una delle cause del black out potrebbe essere la nuova funzionalità «Choose your own colors», entrata in funzione il 19 febbraio, che permette di cambiare i colori delle scritte della propria pagina di account. Ma l'azienda di Mountain View non ha ancora comunicato ufficialmente quale potrebbe essere stata l'origine del black out che ha coinvolto aziende e privati in tutto il mondo. È il guasto più lungo della storia recente di Gmail: il 31 gennaio scorso si è verificato un tilt di 40 minuti che ha colpito il motore di ricerca.

domenica 26 ottobre 2008

In orbita il satellite radar italiano

Il terzo satellite ambientale italiano Cosmo-Skymed ruota intorno alla Terra. E’ decollato in perfetto orario alle 19.28 locali di ieri sera (le 4.28 di questa mattina in Italia) dalla base spaziale militare americana sulla costa pacifica. Il primo era stato lanciato nel giugno dell’anno scorso e l’ultimo partirà agli inizi del 2010. A quel punto la costellazione dei quattro veicoli spaziali sarà completa e potrà svolgere appieno il lavoro per cui è stata realizzata da Thales Alenia Space su un programma dell’agenzia spaziale italiana Asi assieme alla Difesa.

La costellazione è nata con uno scopo ambizioso: tenere sotto controllo in continuazione la superficie della Terra facendo ricorso invece che ai normali obiettivi ottici ad un radar. Lo strumento scandaglia con le sue onde la superficie e costruisce delle immagini ricche di informazioni con un grande vantaggio, quello di scrutare in continuazione il territorio nonostante la presenza delle nuvole e durante la notte; due condizioni gravose che limitano e riducono il lavoro dei normali satelliti con obiettivi ottici. Inoltre il programma nasce da un accordo e dalla partecipazione della Difesa e in questo modo è nata la prima costellazione a livello internazionale con una caratteristica «duale», cioè che serve le necessità degli impieghi civili e militari legati alla sicurezza.

Già i primi due satelliti sono stati intensamente adoperati in varie circostanze nei mesi passati aiutando ad esempio il tempestivo censimento dei danni causati dall’uragano in Birmania e dal terremoto in Cina. «E i nostri militari – nota il generale Pietro Finocchio alla guida di Teledife che sovrintende la partecipazione della Difesa - lo utilizzando correntemente nei territori in cui agiscono come in Afghanistan e Iraq – raggiungendo una miglior sicurezza nelle operazioni». Con i primi due satelliti si raccoglievano 900 immagini al giorno della Terra. Ora con il terzo si arriverà a 1300 per toccare il tetto delle 1800 riprese quotidiane quando sarà disponibile anche il terzo satellite, tutti rotanti su un’orbita che attraversa anche le aree polari a 630 chilometri d’altezza.

La costellazione sarà attiva per quindici anni ma già l’Asi sta pensando a come garantirne in futuro la continuità con una nuova generazione di veicoli ancora più avanzati. Ma intanto c’è lo sfruttamento dei satelliti ora disponibili le cui mappe mostrano oggetti più piccoli di un metro. «Ma con tre veicoli in orbita – precisa Enrico Saggese, commissario dell’Asi – potremo iniziare la sperimentazione di una tecnica di rilevazione che realizzerà addirittura immagini tridimensionali che saranno la pratica normale della futura generazione. Ora per stimolare applicazioni praticate stiamo costituendo alla stazione dell’ASI di Matera dove si ricevono le trasmissioni dei Cosmo-Skymed, un centro di eccellenza nel quale i tecnici di piccole e medie aziende e delle università possono sviluppare le tutte le innovazioni possibili».

«Intanto si sta definendo la nascita della società e-geos formata da Telespazio e Asi – precisa Giuseppe Veredice, amministratore delegato di Telespazio – per commercializzare a livello internazionale questi prodotti spaziali italiani che oggi non hanno eguali nel mercato. Naturalmente dobbiamo procedere rapidamente perché arrivare tardi significherebbe perdere una preziosa occasione». «I futuri satelliti Cosmo-Skymed a cui stiamo lavorando avranno una taglia analoga ma saranno più evoluti nelle capacità» precisa Luigi Pasquale, amministratore delegato di Thales Alenia Space. «E per la concretizzazione di questo futuro vediamo importante un più stretto rapporto di collaborazione tra l’Asi e il Ministero della Difesa» conclude Giorgio Zappa, direttore generale di Finmeccanica.

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